La transazione è un contratto con cui le parti compongono una controversia sorta (o che potrebbe solamente sorgere) tra loro, attraverso reciproche concessioni.

E’ un contratto tipico volto alla composizione della lite, definito dall’art. 1965 c.c., come “il contratto col quale le parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine a una lite già incominciata o prevengono una lite che può sorgere tra loro.
Con le reciproche concessioni si possono creare, modificare o estinguere anche rapporti diversi da quello che ha formato oggetto della pretesa e della contestazione delle parti.”

L’etimologia del termine transazione corrisponde al latino trans agere che significa andare al di là, oltrepassare. L’essenza della transazione è, infatti, il superare una lite, una controversia.

La transazione è un contratto consensuale ed a prestazioni corrispettive, atteso che entrambi gli stipulanti rinunciano a parte delle proprie pretese.

Dottrina autorevole ha definito la transazione come un istituto a metà tra il diritto sostanziale ed il diritto processuale, ed infatti, secondo la dicitura dell’art. 1772 del codice civile del 1865 “le transazioni hanno tra le parti l’autorità di una sentenza irrevocabile”.

La transazione presuppone un atto dispositivo di diritti, tant’è che, all’art. 1966 c.c., si legge che “per transigere le parti devono avere la capacità di disporre dei diritti che formano oggetto della lite. La transazione è nulla se tali diritti, per loro natura o per espressa disposizione di legge, sono sottratti alla disponibilità delle parti”.

Elementi strutturali del contratto di transazione sono la res litigiosa e le reciproche concessioni.

Se una parte della dottrina riteneva che per res litigiosa dovesse intendersi processo (iniziato o possibile), la giurisprudenza ha specificato che devono sussistere, genericamente, controversie, conflitti, contrasti.

A tal proposito, la Suprema Corte sottolinea che “per la validità della transazione è necessaria la sussistenza della res litigiosa, ma a tal fine non occorre che le rispettive tesi delle parti abbiano assunto la determinatezza propria della pretesa, essendo sufficiente l’esistenza di un dissenso potenziale, anche se ancora da definire nei più precisi termini di una lite e non esteriorizzata in una rigorosa formulazione” (Cass. civ. sez. III, sentenza del 16 luglio 2002, n. 11142).

Ancora, la giurisprudenza e la dottrina evidenziano che la res litigiosa deve essere anche dubia, e gli ermellini affermano che “affinchè un negozio possa essere considerato transattivo è necessario, da un lato, che esso abbia ad oggetto una “res dubia”, e cioè cada sopra un negozio giuridico avente, almeno nell’opinione delle parti, carattere d’incertezza, e, dall’altro lato, che nell’intento di far cessare la situazione di dubbio venutasi a creare tra loro, i contraenti si facciano delle concessioni reciproche, il cui intento può essere il più vario” (Cass. civ., sez. III, sentenza del 6 maggio 2003, n. 6861).

Secondo l’art. 1967 c.c. “le transazioni devono essere provate per iscritto, fermo il disposto del n. 12 dell’art. 1350”.

Pertanto, nella maggior parte dei casi la forma scritta è prevista solo ad probationem, ma se la lite ha ad oggetto i diritti di cui all’art. 1350 c.c., la forma scritta si richiede per la validità del contratto.

La Suprema corte afferma, inoltre, che “è ammissibile la prova testimoniale del contratto di transazione quando lo stesso non è invocato tra le parti quale fonte di reciproci diritti ed obblighi ma quale atto in senso stretto consistenze nel riconoscimento dell’altrui diritto e produttivo di effetti interruttivi della prescrizione a norma dell’art. 2944 c.c.”(Cass. Civ., sez. III, sentenza del 14 febbraio 2000, n. 1642).

Affinchè si configuri transazione è essenziale il sacrificio reciproco delle parti, che non si ha nell’ ipotesi in cui  una di esse rinunciasse completamente alla propria pretesa, accettando le condizioni della controparte.

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