di Serena Minervini

Dopo una sofferta attesa, finalmente, nella giornata di ieri, si sono pronunciate le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione in merito alla tanto dibattuta questione dei parametri valutativi dell’assegno divorzile, con la sentenza del 11 luglio 2018, n. 18287.

La questione era sorta con la famosa sentenza Grilli, la quale aveva stravolto la tradizionale impostazione nella valutazione dei criteri applicativi dell’assegno di mantenimento divorzile.

Tale decisione aveva provocato un piccolo tsunami nel mondo giuridico, dividendo dottrina e giurisprudenza, fino al punto da far intervenire il sostituto procuratore generale della corte di Cassazione, il quale aveva chiesto l’intervento delle Sezioni Unite in merito.

Così, egregiamente, si sono pronunciate le Sezioni Unite, le quali, dopo aver effettuato un excursus storico degli orientamenti giurisprudenziali e legislativi in merito ai parametri utilizzati nel determinare l’assegno di mantenimento, interpretando fedelmente il dettato costituzionale ed esprimendo al meglio i principi tradizionali e sostanziali del diritto di famiglia, hanno esplicato la finalità dell’assegno divorzile, il quale dovrà avere una natura assistenziale ed, allo stesso tempo, compensativa e perequativa.

Secondo i giudici della Suprema corte, per il riconoscimento dell’assegno, si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia un importante riconoscimento dell’apporto concreto dato da ciascun coniuge al menage familiare, per la formazione del patrimonio comune e personale.

Si dovrà, pertanto, tener conto della durata del matrimonio, delle potenzialità reddituali future e dell’età dell’avente diritto.

Il criterio da utilizzare si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà, essenziali nel diritto di famiglia.

La Corte di Cassazione offre una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 5, comma 6, della Legge 898/70 (oggetto di interpretazioni discordanti), il quale sembra introdurre il parametro di adeguatezza nel determinare l’assegno divorzile, nel senso di attribuirlo qualora l’ex coniuge non possa godere di mezzi adeguati, ma pur sempre in una visione d’insieme, sottolineano gli ermellini, che tenga conto del dettato costituzionale e dei principi di pari dignità ed eguaglianza  della persona, alla luce  degli artt. 2, 3 e 29 Cost.

Pertanto, la Corte, egregiamente afferma che bisogna effettuare una verifica della situazione in concreto “al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro”.

Conseguentemente, si afferma che, nell’applicare i vari parametri, “l’adeguatezza dei mezzi deve essere valutata non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva ma anche in relazione a quel che si è contribuito a realizzare”.

 

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